Gli orecchini sono gioielli la cui origine risale a tempi molto antichi -età dei metalli- e che si ritrovano presso ogni civiltà del passato come ornamento sia maschile che femminile, al pari di altri monili quali collane, anelli, bracciali etc. Servono ad adornare le orecchie e si ipotizza il loro possibile legame con riti iniziatici sociali o con funzioni apotropaiche.

Da forme arcaiche molto semplici gli orecchini diventeranno, nella storia e presso i diversi popoli, oggetti sempre più preziosi e dal disegno sofisticato come quelli riportati nelle figure che risalgono al periodo etrusco (VI secolo a.C.). Gli orecchini sono del tipo cosiddetto “a bauletto” e mostrano l’elevato livello tecnico e di disegno raggiunto dell’artigianato dell’epoca.
Sono realizzati in oro con lavorazione a filigrana e granulare, tecniche orafe che gli etruschi portarono ad un elevato livello di perfezione, e la loro forma è caratteristica e ricorrente nei gioielli etruschi di questo tipo. Gli orecchini sono oggi conservati nel Museo archeologico di Chianciano Terme insieme ad altri preziosissimi ornamenti facenti parte della donazione Terrosi. (tdb)

Approfondimenti
GRANULAZIONE. – Tecnica usata nell’oreficeria antica e consistente in una decorazione di minuscoli grani sferici aurei saldati fra loro e su una superficie di lamina d’oro, a formare sia un fondo unitario granulato, sia dei motivi ornamentali, sia a sottolineare particolari di alcune figurazioni. Quando i grani raggiungono proporzioni microscopiche, come nell’oreficeria etrusca del periodo orientalizzante del VII sec. a. C., si dà a questa tecnica il nome di pulviscolo.
Sul modo di ottenere i grani aurei si sono fatte varie ipotesi da parte dei moderni studiosi; si è pensato che l’oro fuso venisse colato attraverso un setaccio facendo cadere le gocce da una certa altezza dentro l’acqua, oppure che si tagliasse un filo aureo in piccolissimi segmenti che si mescolavano poi con il carbone, sottoponendoli all’azione del fuoco che li trasformava in globuli; il Vernier ha suggerito il metodo consistente nel far fondere l’estremità di un sottile filo d’oro a contatto di una fiamma raccogliendo le gocce cadenti; il Densmore Curtis, notando che talvolta la superficie dei globuli è opaca, talaltra liscia e lucente, ha pensato che in questo secondo caso venissero fatti scorrere fra due lastre di vetro o di metallo ruotanti. È molto probabile che l’uso del carbone stia alla base del metodo antico come di quello descritto da Benvenuto Cellini nel suo trattato sull’oreficeria (cap. iii): “volendo fare della granaglia, tu piglierai il tuo oro o argento e lo farai fondere e quando si mostra benissimo strutto, farai di gittarlo in un vasetto il quale sia pieno di carbone pesto: e così viene fatta la granaglia di ogni sorta”./…/
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FILIGRANA (anche filograna e filagrana, da filo e grana). – Tecnica speciale nella lavorazione dei metalli preziosi a fili sottili, chiamata anticamente lavoro di filo (Cellini) o lavoro di Venezia (fr. filigrane; sp. filigrana; ted. Filigran; ingl. filigree). Dalla filigrana di metallo adoperata nella fabbricazione della carta per imprimervi un contrassegno, il nome passò anche a quest’ultima (fr. filigrane, sp. filigrana; ted. Wasserzeichen; ingl. watermark).
Filigrana dei metalli.
La speciale tecnica nella lavorazione dell’argento e specialmente dell’oro detta filigrana (equivalente è l’indicazione di oreficerie a trina o trinate, quando la filigrana è a giorno) consiste nel curvare e nell’intrecciare filamenti di metallo, e di riunirli nei loro punti di contatto con saldature, pure di metallo e di borace, per mezzo del cannello da smaltatori. La delicatissima opera è per lo più protetta da un’intelaiatura di metallo a fili più forti.
In Egitto, piuttosto che filigrana nel vero senso della parola, si hanno lavori a traforo, con la unione di fili e di laminette o di verghette di metallo. Tipici sono a tal proposito i pendagli della collana della regina Tawosret della dinastia XIX (1345-1200 a. C.); ma vi sono già lavori di tale tecnica nella dinastia XVIII (1580-1345 a. C.); esempî ne sono stati ricuperati recentemente nella celebre tomba del Faraone Tut’anhamôn. Per il mondo egeo i primi esemplari di filigrana provengono dagli strati II e III di Hissarlik (2500-2000 a. C.); rari altri esempî si hanno nelle tombe a fossa di Micene, e nei tardi tempi micenei (Enkomi nell’isola di Cipro). Solo occasionalmente la filigrana si riscontra in ori di Efeso e di Rodi (sec. VIII e VII a. C.).
Invece nella splendida oreficeria etrusca, dalla fine del sec. VIII a. C., attraverso tutta la fase orientalizzante, la filigrana è largamente usata. Tra i primi monumenti sono da addurre per l’Etruria una spirale aurea per capelli a nastro trinato, da una tomba del sepolcreto delle Bucacce presso Bisenzio, e un braccialetto di elettro di Poggio alla Guardia di Vetulonia. A Vetulonia abbiamo gli esempî più insigni della tecnica a filigrana, la quale culmina nelle mirabili armille del tumulo della Pietrera. Oreficerie a filigrana si sono trovate in altre località dell’Etruria, a Tarquinia, a Cerveteri, a Vulci, nel territorio falisco, a Narce e a Civita Castellana, nel Lazio a Palestrina, e nell’Etruria circumpadana a Bologna. Peculiare dell’Etruria meridionale è la filigrana a cerchietti, di Vetulonia la filigrana a meandri; comuni sono le filigrane a ondulazione semplice o a cane corrente. Continua la filigrana nell’oreficeria etrusca del sec. VI a. C., in cui specialmente è usata per formare nastri intrecciati di collane; poi si perde, sicché di essa abbiamo esempî, ma scarsi, nel sec. III a. C. /…/
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Sempre in tema di orecchini etruschi si veda questo breve filmato che mostra la costruzione di un orecchino etrusco sul modello di un originale proveniente da Vulci.
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