di Andrea Augenti
Questa storia inizia con un errore, uno di quei fraintendimenti che uno studioso si porta dietro tutta la vita con grande rimpianto e che a ripensarci a cose fatte possono far rimanere davvero male. La storia dell’archeologia è costellata da errori di questo genere e questo, forse, è uno dei più incredibili.

Millenovecentosessantatre, un anno importante, l’anno in cui a Dallas viene assassinato J.F. Kennedy. Poco prima di quell’evento che cambierà la storia degli Stati Uniti del mondo, un altro cittadino americano ad alcune migliaia di chilometri da casa, sfiora la storia, la storia con la esse maiuscola, la sfiora ma non la cambia.Quest’uomo è un archeologo, dell’università di Chicago, si chiama Peter Benedict e sta lavorando a un progetto sulla preistoria della Turchia assieme a un’equipe di studiosi dell’Università di Istanbul. Benedict è impegnato in un lavoro paziente di ricognizione dell’Anatolia sud orientale. A pochi chilometri dalla città di Urfa, non lontano dal fiume Eufrate, e a trenta chilometri dal confine con la Siria. In archeologia la ricognizione è una cosa seria. Non si tratta soltanto di camminare un territorio e guardarsi intorno, ma di farlo in maniera sistematica, in squadre, documentando nella maniera più esatta tutte le tracce lasciate dall’uomo, dalle più semplici alle più complesse. In altre parole, fare ricognizione significa individuare tutti i siti archeologici in una certa zona, quelli che poi, eventualmente, potranno anche essere scavati. E Peter Benedict fa esattamente questo nell’estate del 1963, cammina, e con i suoi strumenti localizza siti antichi e li riporta sulla carta geografica finché un mattino si imbatte in un rilievo, una collinetta che i locali chiamano “Göbekli Tepe “, la collina panciuta. Benedict ha una lunga esperienza sul campo, capisce subito che la collina ha origine artificiale, che lì c’è stato l’uomo e capisce anche che quel luogo deve essere stato occupato durante la preistoria. Lo dicono chiaramente tutte le selci lavorate che si vedono in superficie, senza bisogno di scavare. Poi Benedict si accorge che ci sono grandi lastre di pietra che affiorano qua e là ed è qui, proprio ora, che compie l’errore della sua vita, quello di cui parlavo all’inizio. Confonde le lastre per pietre tombali di un cimitero di età bizantina, cioè un periodo che a lui non interessa quasi affatto e tira oltre. Pubblicherà il suo rapporto più tardi, nel 1980. Poche righe per liquidare il sito di Göbekli Tepe, un sito che promette poco e così per molti lunghi anni, nessuno si interesserà di quel luogo.

Millenovecentonovantaquattro. Un giovane e intraprendente archeologo tedesco, Klaus Schmidt, è impegnato da alcuni anni in un’indagine sempre nella stessa zona della Turchia. Partecipa come allievo del suo grande maestro Harald Hauptmann allo scavo di un sito molto importante chiamato “Nevalı Çori”, un’altra collina artificiale. Lo scavo porta risultati piuttosto originali, rivela architetture preistoriche complesse, forse templi, con una caratteristica molto particolare, la presenza di pilastri molto grandi a forma di T. Allora, Klaus Schmidt, come succede ai grandi archeologi ci vuole vedere più chiaro. Non lo soddisfa l’eccezionalità del luogo che sta scavando, Nevalı Çori, vuole capire meglio come era fatto il paesaggio circostante, vuole capire il contesto. C’erano siti come quello, nelle vicinanze, durante la preistoria? E se sì, quanto distavano da quello? Ed esisteva una gerarchia degli insediamenti con siti più e meno importanti e complessi?

Per rispondere a queste domande, Schmidt predispone a sua volta una ricognizione. Ad ottobre del 1994 interroga un vecchio in un paese della zona, perché in ricognizione si fa anche questo, si chiedono informazioni a i locali, perché nessuno conosce la storia di una zona e gli eventuali resti archeologici bene quanto le persone che abitano proprio quei luoghi. E Schmidt chiede al vecchio se conosce qualche posto lì intorno dove si possano veder delle selci cioè l’indizio numero uno per individuare un sito preistorico. E il vecchio gli risponde di sì. Di sicuro li troveranno a Göbekli Tepe. A questo punto, guidati da un ragazzo locale che conosce bene il posto, gli archeologi salgono in macchina. Ma ascoltiamo il racconto e tutta l’emozione della scoperta dalle parole dello stesso Klaus Schmidt.
All’inizio potemmo percorrere in auto un tratto della pista che saliva verso il monte. Poi dovemmo salire a piedi perché la strada finì e si trasformò insensibilmente in un sentiero di capre. La nostra piccola compagnia era costituita da un taxista della città che ci aveva portato in questa valle sperduta, dal già ricordato ragazzino del paese, da Michael Morsh, un mio collega di Heidelberg e da me. Finalmente raggiungemmo la base basaltica di un’altura dalla quale si godeva la vista di un vasto orizzonte.

La collina di Göbekli Tepe da sud (K. Schmidt - DAI)
Ci fermammo. Da nessuna parte la benché minima traccia di archeologia. Solo le impronte delle greggi di pecore e capre che giorno dopo giorno vengono condotte a questi magri pascoli. Sull’altura dirimpetto si trovava un potente dosso che si ergeva ancora più marcatamente sull’altopiano il cui profilo era caratterizzato da parecchie cime e avvallamenti. Anche da lontano era evidente che non poteva essere un colle naturale. Ciò che avevamo di fronte doveva essere senza dubbio opera dell’uomo. Consapevoli di esserci imbattuti in un gigantesco, significativo, sito archeologico il nostro stato d’animo si mutò di colpo in agitazione e ci sentimmo addosso una grande, crescente, tensione, come in un incalzante ritmo di marcia. Non appena fummo nei paraggi delle falde del colle, la superficie, fino a quel momento bigia e brulla, prese a brillare come cosparsa di cristalli di zucchero. Era un tappeto di migliaia e migliaia di selci che ricopriva le superfici rocciose. Nella luce del sole del tardo pomeriggio, si squadernava ai nostri occhi un luccichio non diverso da quello restituito da una superficie innevata alla luce del sole invernale. Non era certo un gioco creato esclusivamente dalla natura. Qui c’era la mano dell’uomo. Sempre più ce ne convincevamo. Non erano i lampi di luce di noduli di selci naturali che creavano questo tappeto scintillante, bensì schegge, lame, frammenti di nuclei. In breve, manufatti, oggetti prodotti dall’uomo. Altri reperti come cocci di vasi mancavano totalmente. Raggiungemmo il primo mucchio di sassi che in gran numero, in guisa di muraglia allungata, si addossano al colle che, con tutta evidenza erano stati accatastati nel corso di molti decenni dai contadini che lavoravano qui. E a quel punto il nostro entusiasmo, già alle stelle, crebbe a dismisura. In uno di questi accumuli di pietrame si trovava un blocco piuttosto grande. Era accuratamente squadrato su tutti i lati e presentava una forma che riconoscemmo senza sforzo. Era senza ombra di dubbio la parte superiore di un pilastro a forma di T, come quelli trovati nel sito di Nevalı Çori.

Colonna a forma di T. (Nico Becker - DAI-)
E’ fatta. Questo è il resoconto, emozionato e incalzante dell’inizio di una delle più importanti imprese archeologiche del XX secolo, una scoperta che ha cambiato profondamente la nostra percezione del passato.
Le indagini a Göbekli Tepe iniziano l’anno dopo, nel 1995 e da allora non sono mai state interrotte. A capo di una missione congiunta che vede affiancati studiosi e studenti tedeschi e turchi, Klaus Schmidt ha pazientemente portato alla luce un complesso architettonico davvero straordinario.
Sulla collina c’è una serie di strutture circolari molto simili tra loro. Per capirci qualcosa di analogo al famoso sito di Stonehenge ma allo stesso tempo molto più complesso e seriale. Sono sale dalla pianta circolare, o in alcuni casi, ovale. I muri di questi edifici sono in pietra e includono dei pilastri, degli imponenti monoliti a forma di T. All’interno dell’edificio altri due pilastri, sempre a forma di T ma più grandi e più alti degli altri, occupano il centro dello spazio e forse dovevano sostenere un tetto. Il pavimento, invece, era scavato nel suolo quindi era più in basso rispetto al terreno all’esterno. Finora sono state trovate otto sale di questo tipo, ma le prospezioni geofisiche, cioè quelle indagini che permettono agli archeologi di capire cosa c’è nel sottosuolo prima ancora di scavare, indicano che sotto la superficie della collina ce ne sarebbero per lo meno altre dodici, venti in tutto, quindi. Venti sale circolari se non di più. La datazione? Siamo intorno al 9600 a.C., che è un tempo profondo, antichissimo. Questo succede, per capirci, 6000 anni prima di Stonehenge e 7000 prima delle piramidi dell’antico Egitto.

Orientamento delle coppie di pilastri delle strutture A,B,C,D. (https://www.researchgate.net/)

Vista aerea del recinto C. (Klaus Schmidt -GAI-)
Il quadro è già abbastanza impressionante, oltre che per la cronologia per le dimensioni delle strutture e anche per la loro serialità e vicinanza, le une alle altre. Ma non è tutto, anzi. Adesso viene la parte più straordinaria perché la maggior parte dei pilastri a T è scolpita con raffigurazioni di vario tipo, animali più di ogni altra cosa. Qualcuno ha scritto che Göbekli Tepe è una vera Arca di Noè: volpi. Leoni, leopardi, gazzelle, cinghiali, anatre, scorpioni, serpenti, avvoltoi e altri ancora tutti scolpiti a basso rilievo sui pilastri.

Sono immagini molto vive, stilizzate e allo stesso tempo naturalistiche. In alcuni casi abbiamo anche degli altorilievi, come quello che forse rappresenta un leopardo acquattato in verticale su un pilastro pronto a spiccare un salto per aggredire la preda che è un cinghiale raffigurato un po’ più in basso.

Predatore. Altorilievo su colonna (Dieter Johannes -DAI-)
In altri pilastri si vedono scene più complesse come quello che in alto mostra alcuni avvoltoi mentre in basso un grande scorpione sovrasta un uomo senza testa che forse è la vittima di una decapitazione. In più Klaus Schmidt sostiene, e probabilmente a ragione, che i pilastri stessi sarebbero statue. Prima di tutto hanno una forma umana molto stilizzata ma soprattutto, lungo quelli che sarebbero i fianchi, in alcuni casi sono raffigurate braccia e mani. In uno dei pilastri addirittura è scolpita una cintura da cui pende una sorta di perizoma, una pelle di animale, forse una volpe. Ma attenzione, sulla parte superiore della T, quello che sarebbe il tratto orizzontale della lettera T, non c’è mai la raffigurazione della testa. Quindi ricapitolando, i pilastri hanno forma umana ma non sono veri uomini perché non hanno la testa, non hanno un volto.

Sulla loro superficie, in più, sono scolpite figure di animali. Dopo anni di riflessioni e interpretazioni diverse Schmidt arriva a una conclusione. I pilastri sarebbero la raffigurazione di dei.

Disegno del pilastro a T. Disegno di J. Notroff
A questo punto bisogna addentrarsi nel problema più importante che solleva il complesso di Göbekli Tepe, cioè la sua destinazione, il suo uso. A cosa può essere servito un complesso così monumentale, così grandioso ed elaborato. E come dobbiamo interpretare quindi le sue straordinarie architetture? Era un villaggio, un tempio, o cos’altro? Qui, bisogna riconoscerlo però, siamo davvero di fronte a un enigma. Perché ci resta ben poco di quel contesto, dal punto di vista storico e culturale. E Göbekli Tepe in fondo, non è che un tassello di puzzle molto più grande che cerchiamo di ricomporre faticosamente con i pochi indizi di cui disponiamo. Perciò le interpretazioni fioccano e non è ancora stata data una interpretazione definitiva cioè soddisfacente sotto ogni punto di vista. Per cominciare possiamo tagliar fuori l’idea che Göbekli Tepe fosse un villaggio; non ci sono tracce di occupazione continuativa, nessuna delle strutture venute alla luce la possiamo interpretare come un’abitazione, mancano elementi fondamentali come pozzi, focolari, cucine… e poi sono strutture troppo monumentali con quegli enormi pilastri che per giunta sono decorati. Allora concentriamoci proprio sugli edifici. Innanzitutto la loro forma è circolare e sappiamo che molto spesso nella preistoria i luoghi di culto avevano questa caratteristica, questa forma. Basti pensare a Stonehenge, il famosissimo santuario inglese. Poi sarà importante tener conto delle dimensioni di tutto questo, perché non è soltanto il fatto che gli edifici circolari sono tanti -abbiamo detto probabilmente più di venti- e che occupavano quasi tutta la superficie della collina. Pensiamo anche solamente ai pilastri a T che sono presenti in ognuna di queste strutture. Abbiamo visto che in realtà sono statue, decorati in modi diversi la cui altezza può variare dai tre ai sei metri. E il peso? Beh, fino a 10 tonnellate l’uno! Tutto questo ci parla in un modo esplicito di uno sforzo notevole, di un enorme impegno che implica prima l’estrazione dei blocchi poi il loro trasporto e la lavorazione. Klaus Schmidt ha calcolato che per ogni pilastro deve essere stata impiegata una forza lavoro che si può quantificare in circa cinquecento persone e tenete presente che il tutto, estrazione compresa è avvenuto usando soltanto attrezzi di selce.
Altro elemento importante: questa vicenda avviene in un’epoca in cui l’uomo non pratica ancora l’agricoltura, l’economia dominante è quella della caccia e raccolta e proprio gruppi di cacciatori raccoglitori dovevano essere i frequentatori degli edifici di Göbekli Tepe. Questo è confermato dai reperti raccolti durante gli scavi: nessuna traccia di piante coltivate e neanche di animali di allevamento; non è un’economia stabilizzata e sedentaria quella che si pratica qui e questo fa veramente saltare tutto perché Göbekli Tepe fa fare un bel corto circuito alla nostra credenza comune per cui viene prima l’agricoltura, la cosiddetta rivoluzione agricola, e solo in seguito, una volta raggiunta la sedentarietà, l’uomo avrebbe trovato il modo di aggregare grandi masse e mobilitarle per costruire manifestazioni monumentali della religione, pensate alle piramidi egizie. Ecco, a Göbekli Tepe succede esattamente il contrario. Comunità di cacciatori raccoglitori si dedicano alla costruzione di grandi complessi e probabilmente proprio questa attività genera la spinta verso l’agricoltura. Bisogna fare fronte ad un’intensa domanda di cibo e di bevande per soddisfare le esigenze di una forza lavoro così ampia e questo indirizza gli abitanti dell’area verso il lavoro agricolo. In più, negli strati archeologici della collina sono state trovate innumerevoli ossa di animali spesso rotte per estrarne il midollo. Sono animali selvatici, soprattutto gazzelle, buoi e asini e alcuni recipienti in pietra hanno restituito tracce chimiche di una bevanda alcolica, probabilmente birra. Questo ci porta verso altre due conclusioni importanti. Prima di tutto, evidentemente a Göbekli Tepe si tenevano delle celebrazioni, delle riunioni cicliche, delle feste, durante le quali si consumavano grandi quantità di cibo e bevande; la seconda deduzione che possiamo trarre è che probabilmente la prima spinta per l’uomo a coltivare il grano non fu dovuta tanto alla fabbricazione del pane quanto a quella della birra. Al momento i dati archeologici più antichi di cui disponiamo sembrano andare proprio in quella direzione e certo bisogna dire che fa un po’ impressione pensare che tutto questo sia stato capito da una equipe di studiosi tedeschi che sembrano un po’ essere finiti in Turchia sulle tracce dell’antenata dell’October Fest però ricordiamoci che stiamo parlando di dati, non di opinioni. Quindi, ricapitolando, sembra che a Göbekli Tepe ci fosse un santuario che comprendeva una serie di templi costruiti da gruppi di cacciatori raccoglitori della zona presso i quali, ciclicamente, si svolgevano delle cerimonie dove le persone si riunivano e festeggiavano celebrando i loro dei. E qui si apre un altro interrogativo importante: quali dei? Purtroppo non possiamo farci un’idea precisa perché non abbiamo abbastanza informazioni. A prima vista i pilastri a T con la loro forma antropomorfa, potrebbero essere raffigurazioni di divinità, oppure degli antenati, i fondatori dei singoli clan. E gli animali? I tanti animali che ci guardano dai pilastri potrebbero invece essere animali totemici, forse altre divinità protettrici oppure i guardiani dei santuari… chissà! Una cosa però è certa: in questa religione spicca un concetto molto forte di interrelazione fra l’uomo e la natura circostante. Bisogna anche riflettere sul fatto che tra gli animali non ci sono mostri o creature immaginarie, sono tutte bestie tipiche di quella zona della Mesopotamia, evidentemente un patrimonio faunistico la cui conoscenza era condivisa e comune alle genti di quell’area. Il che vuol dire che più comunità di luoghi differenti potevano ritrovarsi in quella stessa religione. Ma sono state avanzate anche altre interpretazioni di Göbekli Tepe . Il dibattito è ancora in corso. Un’altra possibilità ad esempio è legata al fatto che l’immaginario delle raffigurazioni è tutto completamente mascolino. Non ci sono figure femminili, sia gli animali che gli esseri umani sono chiaramente di sesso maschile e allora, per analogia con altri luoghi simili, alcuni studiosi hanno proposto che in realtà più che templi, quelle strutture fossero sale di riunione di giovani maschi della popolazione locale, sale lontane dal villaggio, segregate, dove i giovani potevano apprendere i rituali e passare dall’adolescenza all’età adulta.
Una nuova scoperta recente ha aperto altri interrogativi. Sono venuti alla luce alcuni crani di uomini adulti sui quali si vedono segni di incisioni praticate con punte di selce. La forma di queste incisioni a “V” e la loro posizione suggeriscono che servissero ad accogliere delle cordicelle. I crani quindi furono lavorati per poterli sospendere e probabilmente pendevano proprio dai pilastri a T delle strutture. Questo ovviamente getta una luce macabra sul complesso, almeno relativamente al suo aspetto ma contemporaneamente getta luce sulle differenti manifestazioni di una religione complessa che comprendeva anche una relazione con il mondo dei morti. Forse i crani erano quelli degli antenati defunti che, sospesi, dovevano magicamente trasmettere il loro potere ai giovani adolescenti riuniti nei recinti sacri o forse, più semplicemente, a coloro che erano venuti per partecipare alle manifestazioni. Come avrete capito quindi le domande senza risposta sono ancora molte e questo è normale quando si ha a che fare con l’archeologia di ere così arcaiche, così lontane dai nostri giorni. Gli scavi continuano anche se improvvisamente, nel 2014, mentre nuotava serenamente in una piscina, lo scopritore di Göbekli Tepe, Klaus Schmidt, è morto per un attacco di cuore a soli sessanta anni, una tragedia e un vero peccato per l’archeologia. Dobbiamo moltissimo a Schmidt per aver capito subito le potenzialità di un sito inizialmente trascurato e poi lo ha interrogato nel migliore dei modi. La sua equipe comunque prosegue i lavori e sicuramente produrrà molte novità nei prossimi anni. Göbekli Tepe è una lente di ingrandimento sul passato più remoto dell’uomo, ci racconta di epoche ormai lontanissime, di alcuni passaggi fondamentali della nostra storia, dalla caccia e raccolta all’agricoltura, dal nomadismo alla sedentarietà. E ancora ci parla dei primi passi verso la monumentalità in ambito religioso, ci parla di antichissimi luoghi di riunione dove si pregava e si banchettava per gli dei e gli antenati e ci parla di un equilibrio tra uomo e natura che oggi facciamo sempre più fatica a vedere. Ecco se dovessi riassumere Göbekli Tepe in un solo oggetto ne userei uno che non viene proprio da lì ma da un luogo vicino, Nevalı Çori. È una pietra scolpita sulla quale sono raffigurati due uomini, due uomini che danzano con le braccia aperte e sollevate. E in mezzo a loro danza anche una tartaruga nella stessa posizione. Nella preistoria più profonda, a Göbekli Tepe, uomini e animali danzavano ancora assieme.

Nevalı Çori, Figure umane e tartaruga che danzano, 10.000-8000 a.C.
“Dalla Terra alla Storia”, Il tempio più antico del mondo “Göbekli Tepe”, di Andrea Augenti, a cura di Monica D’Onofrio, Regia di Valerio Giannetti radioplay.rai.it
(trascrizione tdb)
Sito ufficiale https://www.dainst.org/projekt/-/project-display/21890