Il giardino incantato

di Elena Calandra

Galleria Fotografica - Villa Pisani Museo Nazionale - La regina delle Ville  Venete

Dedicheremo due conversazioni ai giardini antichi che analizzeranno i giardini vedendoli in continuità partendo dai modelli orientali, anzi, prima ancora dai giardini fantastici, per passare poi ai modelli orientali attraverso la Grecia di età arcaica e di età classica per arrivare all’età ellenistica e poi all’età romana.

File:Detail of the Mosaic with the Labors of Hercules (Eleventh Labour-  Apples of the Hesperides), 3rd century AD, found in Llíria (Valencia),  National Archaeological Museum of Spain, Madrid (15457081602).jpg -  Wikimedia Commons

Sopra, Labirinto Villa Pisani (Stra)
Eracle nel giardino delle Esperidi. Mosaico romano del III secolo d.C.; Valencia, Spagna

Cominciamo con i giardini fantastici, li potremmo chiamare anche giardini mitici, giardini ideali per esempio il giardino delle Esperidi che è un giardino mitico di per sé nel quale si recò, per esempio, Eracle nel corso di una delle sue dodici fatiche, oppure pensiamo ai giardini incantati che forse conservano memoria, o semplicemente mitizzano un desiderio, un utopia, come ad esempio i giardini di Alcinoo.

Ai giardini di Alcinoo, raccontati da Omero, dedichiamo una lettura specifica ma è opportuno parlarne, anche brevemente, perché si tratta di una descrizione che Omero, o chi per lui, compie di un giardino reale ma di un giardino anche desiderato, sognato, coltivato a frutteto con la vigna e con l’orto e che rappresenta un po’ la quintessenza del giardino che tutti vorrebbero avere. Non è l’unico giardino peraltro di cui Omero ci racconta, nell’Odissea naturalmente, poema di pace, perché, ricordiamo, che c’è anche il giardino di Laerte, padre di Odisseo, dove prevalgono gli alberi da frutto. Naturalmente c’è una componente utilitaristica, pragmatica in questo tipo di giardini; o pensiamo anche al giardino in cui viveva la ninfa Calipso.

Dal VII libro dell’Odissea: La reggia e il giardino fatato

“E Ulisse andava alle splendenti case del re ma forte gli batteva il cuore quando ristette sulla bronzea soglia che splendea come sole o come luna del glorioso Alcinoo la reggia. Tutti di bronzo si stendeano i muri dalla soglia all’interno e vi correva una cornice di azzurrino smalto. Due porte d’oro chiudevano all’interno la salda casa e stipiti di argento eran piantati sulla bronzea soglia. L’architrave di sopra era d’argento e l’anello era d’oro /…/ Di fuori, oltre le porte del cortile, si apria per quattro iugeri un verziere che tutto da una siepe era recinto e crescevano quivi alberi grandi, rigogliosi, melograni e peri e meli ricchi di stupendi pomi e dolci fichi e rigogliosi olivi. Né mai cessava o lor mancava il frutto o d’estate o d’inverno, in tutto l’anno, ma vi facea lo zefiro perenne nascere gli uni e maturare gli altri, e la pera invecchiar sopra la pera, sul pomo il pomo, sopra il fico il fico, il grappolo sul grappolo e una vigna v’era piantata, carica di frutti di cui parte in luogo aprico e piano si appassivano al sole ed altri intanto erano vendemmiati, altri pigiati mentre, davanti, l’uva ancora acerba o s’imbrunava o allor perdeva il fiore. I divi poi sull’orlo del verziere eran piantate e ben disposte aiuole d’ogni genere d’erbe ognor fiorenti e sgorgavan di là le due fontane di cui l’una scorrea per tutto’l brolo l’altra sotto la soglia del cortile fluiva invece fino all’alta reggia e attingevano ad essa i cittadini. Nella casa d’Alcinoo codesti erano i doni splendidi dei Numi.”

Dietro questi giardini c’è un’immagine, un desiderio, come già dicevo, di sempiterna fioritura, di eterna produttività che è anche un po’ sinonimo di vita ideale e di beatitudine e di questo abbiamo una traccia, molto tempo dopo, nei giardini dipinti raffigurati nelle pitture della Villa di Prima Porta, la villa voluta alle porte di Roma da Livia, consorte di Augusto primo princeps romano. In una delle stanze di questa bellissima villa Livia fa dipingere un giardino dove sono raffigurate numerose specie, floreali, arboree e fruttifere che, in realtà, fioriscono in stagioni diverse dell’anno. Questo perché si vuole in qualche modo assecondare il desiderio di produttività continua e costante, di abbondanza e di ubertosità ripetuta. Quindi anche il giardino di Livia da Prima Porta, in qualche modo, è un giardino fantastico.

villa-livia

Villa Livia di Prima Porta, Roma, I secolo d.C.

D’altronde quest’idea del giardino fantastico, iniziata con Omero, passa attraverso i secoli e si ritrova ancora più tardi in Luciano, nella Storia Vera (il titolo è vagamente ironico poiché è tutto tranne he una storia vera). Nel racconto di Luciano i protagonisti trascorrono il tempo sull’isola dei beati, in mezzo agli aromi, al mirto e all’alloro -per esempio- che hanno un ruolo di spicco  e, intorno a loro, scorrono fiumi di latte e di vino in un’unica, indistinta stagione primaverile. Quindi anche qui il giardino diventa utopia e la stessa ambientazione si ritrova anche nelle atmosfere del palazzo in cui Amore e Psiche, nel romanzo di Apuleio, vivono il loro tempo d’amore.

Dai giardini fantastici, immaginati, desiderati, passiamo a dei giardini un po’ più reali anche se non li conosciamo dettagliatamente. Pensiamo ai giardini di Babilonia che erano una delle sette meraviglie del mondo antico. Sappiamo da alcune fonti, da Diodoro, da Strabone, che erano sospesi su terrazze artificiali imponenti che poggiavano su pilatri e volte. Abbiamo anche delle evidenze archeologiche che in qualche modo provano come potevano essere effettivamente questi giardini; lo sappiamo per esempio dagli scavi fatti nel palazzo di Sargon a Khorsabad o in quello presunto di Nabucodonosor. L’evidenza non è molta però abbiamo la prova di volte di mattoni cotti al sole che addirittura erano impermeabilizzate proprio per il problema dell’acqua ed il peso degli alberi che insistevano sopra. Erano impermeabilizzate con bitume e resina e a volte venivano inserite delle lamine di piombo proprio per garantire l’impermeabilizzazione totale. Su questi terrazzamenti erano piantati alberi disposti in viali rettilinei e c’erano anche decorazioni di statue e di rilievi, appunto i giardini pensili di Babilonia. Questi giardini lasciano una memoria di sé ed una presenza anche fisica tanto che saranno poi utilizzati e in piena efficienza al tempo dei re di Persia.

I Giardini Pensili di Babilonia, ipotesi costruttiva del 1880 circa

E qui veniamo a uno dei modelli per eccellenza nell’ambito dei giardini orientali che sono proprio i giardini riferibili ai palazzi persiani. Precedenti ci sono, come abbiamo detto, genericamente nei giardini di Babilonia ma abbiamo anche testimonianze, per esempio, nei rilievi del palazzo di Assurbanipal che si descrivono proprio dei giardini nel mondo assiro ma se ci concentriamo su quelli persiani, anche in relazione a quello che resta dei palazzi, possiamo subito distinguere due grandi tipi di giardini: i giardini “coltivati” e i giardini “selvaggi”, per meglio definirli, i paradeisoi. Se guardiamo per esempio al primo tipo (i giardini coltivati, artificiali) pensiamo per esempio ai palazzi di Pasargadae (siamo nell’attuale Iran). In questi palazzi è posto in opera un sistema di irregimentazione delle acque, tutt’ora visible e visitabile, ottenuto grazie  condotte che ritagliavano le aiuole.  Quindi si tratta di uno spazio artificiale nel quale sorgevano dei baldacchini di pietra, monumentalizzati, e possiamo ipotizzare che sorgessero anche baldacchini di stoffa e legno. In queste strutture così particolari si verificavano le apparizioni del sovrano, quelle che tecnicamente si chiamano “epifanie”, del sovrano di Persia che era il “Gran re”. I giardini rappresentavano lo sfondo per manifestare al meglio la regalità. Si crea a Pasargadae e continua negli altri palazzi persiani di Susa e Persepoli, una tradizione architettonica che investe anche il discorso del giardino lasciando poi un’eredità amplissima. Ancora oggi i giardini persiani sono considerati un Patrimonio dell’Umanità, un bene culturale: mi riferisco ai giardini persiani attuali che sono bellissimi e molto curati e che in qualche modo perpetuano ancora quella tradizione e quel sentire. D’altronde è frequente che nei paesi poveri d’acqua ci sia, quasi per reazione, un’attenzione particolare al giardino, che di acqua ha bisogno, e all’architettura del giardino.

E veniamo ora all’altro tipo di giardino, quello che ho definito selvatico anche se impropriamente, il paradeisos. Paradeisos è il termine greco che ne riflette uno persiano pairidaeza, e si tratta di una natura pianificata per essere selvatica, quindi non è una natura selvaggia di per sé ma è una natura che si è piegata ad essere proprio selvaggia e ad accogliere in una sua parte animali selvatici ai quali il gran re poteva dare la caccia. Certe parti dei paradeisoi era anche coltivate a giardino (del tipo precedente) però la distinzione c’è e in alcuni casi è presente. I paradeisoi normalmente si trovavano al di fuori, all’esterno del palazzo mentre il giardino artificiale tout court era rigorosamente all’interno.  Questi giardini ci sono noti, ne abbiamo descrizioni ed evocazioni -per esempio- da Senofonte e poi ancora riprese da Cicerone. Abbiamo quindi una documentazione indiretta, appunto, dalle fonti e abbiamo un riscontro se visitiamo i palazzi persiani attualmente anche se non si vede più esattamente il paradeisos com’era conosciuto. Però questo modello passa anche altrove; l’impero persiano era immenso e arrivava all’Armenia dove tutt’ora, a Garni, è visibile un grande areale perimetrato che era la “Tenuta di Cosroe” dove Cosroe si recava a caccia molto tempo dopo, rispetto ai persiani a quell’epoca.

Abbiamo ancora testimonianze di scene di caccia per esempio in una tomba, di cui parliamo nelle nostre conversazioni, la tomba attribuita a Filippo di Macedonia, a Verghina, sulla cui facciata è proprio dipinta una scena di caccia. Si tratta di una scena molto discussa, non possiamo dire automaticamente che sia ambientata in un paradeisos, però l’immaginario presente in questa pittura evoca fortemente quello che poteva essere uno scenario di frequentazione e di caccia nel paradeisos persiano, questo anche per i rapporti che comunque esistevano tra mondo greco e mondo persiano. Non dobbiamo immaginarci solo in nome delle guerre persiane una inimicizia, un odio eterno fra i popoli, anzi, le culture erano tra di loro permeabili.

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Fregio della caccia. Tomba di Filippo il Macedone 336 a.C. 
Immagini sottostanti: Disegno della Tomba di Filippo (Verghina) e ipotesi ricostruttiva del fregio della caccia.

ricostruzione tomba filippo il macedone

Alessandro_nel_dipinto_della_tomba_II

Ancora in ambito romano c’è forse una testimonianza di questo tipo di tenute di caccia un po’ a parte e lo troviamo in una zona del Lazio, verso l’Abruzzo, ad Arcinazzo, sugli altopiani di Arcinazzo dove l’imperatore Traiano, quindi siamo nel secondo secolo d.C., si fa costruire una villa che è una sorta di buen retiro un po’ nel nulla, ma in un’ambientazione che fa tanto Anatolia, fa tanto paradeisos, e nella quale probabilmente l’imperatore si recava a cacciare; quindi c’è una memoria perpetuata, in questo senso, anche in età imperiale.

Villa-Traiano

Villa di Traiano, Arcinazzo, fine I secolo d.C.

Finora abbiamo parlato di palazzi, di giardini ma non ancora di città. Ora ci arriviamo e pensiamo prima di tutto alla polis per eccellenza, cioè ad Atene. Non esisteva  una vera e propria cultura del giardino, del parco, nell’Atene di età arcaica e classica. Però certamente c’era una distinzione tra la città, la ástu, e la chóra che era la regione coltivata intorno. Non esistevano propriamente aree a verde ma sappiamo per esempio che Cimone fa piantare alberi sull’agorà creando anche dei percorsi all’ombra, il ché, pensando alla calura di Atene in estate, era un refrigerio.  In Grecia, peraltro, e non solo ad Atene, il giardino o comunque l’area verde ha sempre la connessione con un motivo architettonico, un piccolo santuario o elemento in qualche modo sacro. In questo senso possiamo ricordare certamente i giardini che si trovavano presso la statua dell’eroe Academo, cioè l’Accademia di Platone, oppure i giardini che si trovavano presso il liceo in onore del dio Apollo Liceo, dove sorgeva la scuola fondata da Aristotele. Possiamo citare anche i giardini intorno all’hephaisteion –sempre ad Atene, intorno al quale (il tempio) sono stati trovati vasetti in terracotta volti proprio alla piantumazione di alberi. Diciamo che, anche se non c’era una cultura del giardino diffusa, i giardini erano presenti, pensiamo anche -ad Atene- al santuario di Afrodite proprio nei giardini, en kèpois, che viene citato dalle fonti, sempre in connessione con la divinità. Anche la dimensione agreste è connessa sempre con la divinità, anche se non si tratta propriamente di giardini, però sappiamo, abbiamo notizia, di molti santuari in Attica che erano dedicati al dio Pan, e che erano immersi nella natura. Di questi abbiamo echi anche in Italia, per esempio a Locri con l’area sacra di Grotta Caruso; quindi diciamo che questa dimensione agreste e sacra è pervasiva e diffusa più del giardino vero e proprio.

C’è una componente sacra della vegetazione che accompagna inoltre la sacralità dei luoghi: i principali santuari della Grecia sono collegati con un albero. Pensiamo all’olivo che è l’albero legato all’acropoli di Atene, con tutti gli aspetti religiosi e cultuali che conosciamo, ma anche all’olivo selvaggio di Olimpia, oppure ancora alla quercia che improntava il santuario di Dodona in Epiro. Questa non è solo una peculiarità del mondo greco, pensiamo all’albero del Buddha, quindi diciamo che ci sono delle ricorrenze nelle varie civiltà.

Possiamo chiudere questo primo excursus citando anche i giardini domestici -esistevano anche quelli- che potevano essere gli orti per le coltivazioni di tutti i giorni, non molto dissimili da quelli che abbiamo vicini alle nostre case al giorno d’oggi. Esisteva quindi un quadro di quotidianità che si affiancava alla sacralità dei luoghi che abbiamo evocato fin’ora.

(trascrizione tdb)

fonte audio: Raiplay radio – Dalla terra alla storia

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