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Il silenzioso grido di aiuto delle nostre case

Riproponiamo la lettura di un articolo molto interessante a cura dell’Ing Brian Ietto del 13/07/2017, apparso sul sito http://www.lavoripubblici.it

 

Non è passata nemmeno una settimana dal crollo di Torre Annunziata costata la vita ad otto persone e già quasi non se ne sente più parlare.

Dopo ogni tragedia, come di consueto, c’è stato un gran parlare nei media, tanti si sono improvvisati esperti fornendo la propria opinione e la soluzione (come se fosse una cosa semplice) al problema della sicurezza degli edifici esistenti in Italia. Sempre come di consueto, a distanza di qualche giorno in pratica l’Italia se ne è già dimenticata, la tragedia di Torre Annunziata è già così lontana dalla mente degli italiani che giusto ieri 12 luglio è avvenuto il crollo di una facciata in un edificio in ristrutturazione a Torino senza che la notizia venisse fuori e fortunatamente (miracolosamente aggiungerei) senza altre vittime.

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Che fine ha fatto Jellyfish Barge?

Solo qualche hanno fa si è parlato molto di un interessante progetto nato a Firenze proiettato ad aprire nuovi scenari per affrontare il problema dell’alimentazione in un mondo che, secondo le previsioni, arriverà con 10 miliardi di persone alle soglie del 2050. Ci riferiamo a “Jellyfish Barge” la “zattera medusa” nata per coltivare vegetali in assenza di suolo e di acqua dolce, risorse che purtroppo sono destinate a diventare sempre più rare a causa dell’eccessivo sfruttamento dei terreni ed agli effetti dei veloci cambiamenti climatici innescati dalle attività umane.

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Jellyfish Barge è una serra autonoma e galleggiante che, utilizzando energia solare, è in grado di purificare l’acqua salata o inquinata per utilizzarla ai fini agricoli. E’ pensata in forma modulare con pianta ottagonale in modo da poter essere collegata ad altre serre dello stesso tipo. E’ costruita con tecnologie semplici poiché nelle intenzioni progettuali vi è quella di far essere la struttura compatibile con la filosofia dell’autocostruzione.jellyfish1

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I mobili dell’Antica Farmacia dello Spedale della Misericordia e Dolce di Prato

La storia della farmacia, come quella della medicina, risale a tempi molto lontani poiché gli uomini hanno da sempre cercato, partendo dall’ambiente naturale, sostanze e preparazioni per lenire i dolori fisici e psichici. I medicamenti che nel tempo venivano ritenuti utili ed efficaci avevano necessità di essere preparati e successivamente conservati, proprio come si faceva con le derrate alimentari, al fine di farli durare integri per permetterne l’uso nel tempo e in luoghi anche lontani da quello di produzione.

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I luoghi destinati alla formazione delle “droghe” diventarono sempre più definiti sia per quanto riguarda gli spazi che per quanto concerne le attrezzature del mestiere. In occidente dobbiamo attendere il medioevo per vedere rappresentate per immagini le prime “farmacie”, legate spesso ai conventi ed agli ospedali, che inizialmente erano semplici stanze destinate, talvolta, anche alla vendita di altri beni di consumo alimentare o rivolte alla cura della persona (si pensi inoltre alle spezierie del cinquecento).

Il mobile che assumeva il maggior rilievo nel locale destinato alla farmacia era quello che aveva il compito di contenere i vasi e le scatole dove si conservavano le singole sostanze o le preparazioni. La bellezza e la ricchezza di utensili ed arredi era funzione dell’importanza della farmacia stessa, tanto da richiedere insiemi di oggetti stilisticamente organici e coerenti, che non potevano non suscitare nell’avventore interesse e meraviglia.

Dal 1600 in poi la farmacia diviene anche luogo di ritrovo delle persone più abbienti e gli spazi si articolano in zone e piccoli studi dove era possibile conversare e ricevere indicazioni per una cura “personalizzata”. Durante il secolo XVIII si raggiunge un picco, e forse l’apice, nello sviluppo in ricchezza decorativa degli ambienti destinati alle farmacie ed ai relativi arredi e componenti.

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Mobile dell'Antica Spezieria dell'Ospedale Misericordia e Dolce di Prato

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Oggetti e arredi in cartone riciclato. Leggerezza e sostenibilità

Quando pensiamo al cartone ci vengono in mente subito oggetti poco pregiati come gli imballaggi. Spesso, nella nostra mente è associato a qualcosa di fragile, poco durevole, di vita breve destinato a “contenere” o far da supporto a qualcos’altro.

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Da qualche tempo invece, questo materiale, solo apparentemente umile, è stato rivalutato per le sue caratteristiche ecologiche. Riciclabile e leggero, sobrio e versatile, quindi a basso impatto ambientale, è stato nobilitato da progetti di design per la realizzazione di mobili, complementi d’arredo e architetture di interni e allestimenti, nonché per prototipi di automobili e biciclette. Continua a leggere Oggetti e arredi in cartone riciclato. Leggerezza e sostenibilità

Elleboro: Rosa di Natale e Fiore della Follia

L’Elleboro (Helleborus niger) è una pianta erbacea perenne che raggiunge i 40 cm di altezza, appartenente alle Ranunculaceae, con foglie coriacee sempreverdi di colore verde intenso. Il nome deriva dal greco e fa riferimento all’uso medicinale  ponendo in evidenza la sua caratteristica velenosa capace di anche di togliere la vita. L’attributo “niger” (nero) si riferisce al colore scuro del rizoma.

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Helleborus Niger L. foto di A. Moro

Un noto mito greco racconta che Melampo, l’”uomo dal piede nero”, era capace di guarire dalla follia gli uomini. Grazie all’elleboro guarì le figlie del re di Tirinto -Preto-, mescolandolo all’acqua che esse bevevano. Questo ci porta a pensare che, fino dall’antichità, la pianta fosse ritenuta una medicina per le malattie mentali. Questa caratteristica deriva dal fatto che il rizoma contiene un glicoside in grado, se somministrato in piccole e controllate dosi, di calmare e narcotizzare. Si racconta che i filosofi ne facessero uso per raggiungere uno stato ipnotico paragonabile allo stato di meditazione profonda. Continua a leggere Elleboro: Rosa di Natale e Fiore della Follia

Landfillharmonic – la musica per rinascere

“Landfill harmonic”… letteralmente “Discarica Armonica”.

Stiamo parlando dell’Orchestra Riciclata di Cateura, villaggio del Paraguay dove si trova una delle più ampie discariche dello stato e dove la popolazione vive in povertà tra i rifiuti e in condizioni sociali disagiate.  Qui un gruppo musicale suona strumenti interamente  realizzati riciclando materiali “salvati” dalle discariche che gli abitanti selezionano, riutilizzano e rivendono per sopravvivere.

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Sembra, ma non lo è, una favola moderna, dove in un paese povero, lontano e dimenticato qualcuno ha una brillante idea per tenere distanti le nuove generazioni dalla disperazione, dalla malavita e l’abbandono scolastico: far suonare ai giovani musica importante con strumenti davvero di “ultima generazione”.

Così il maestro di musica Favio Chávez ed il magico liutaio, cercatore di rifiuti, Nicolas Gómez “Cola”, coinvolgono i  ragazzi in quello che diventerà uno strepitoso, quanto inaspettato, progetto musicale.

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Il Crisantemo o Fiore della Vita

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Il crisantemo è un fiore originario della Cina. Nel IV secolo d.C. giunse in Giappone, inizialmente sembra per scopi medicinali, dove prese il nome Kiku, divenendo in seguito il simbolo del sole e  dell’imperatore. Stilizzato in forma circolare e con sedici petali disposti a raggiera, nel XII secolo fu inciso sulle spade del Mikado come segno di immortalità. Fu poi riprodotto  sugli abiti, gioielli ed altri oggetti e divenne simbolo di nobiltà, potendo essere coltivato, fino al secolo scorso, soltanto da persone di alto rango. Soltanto costoro avevano infatti il potere di poterlo raffigurare.

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L’arredamento presso gli antichi romani / 1

Sebbene le pitture vascolari greche rappresentino spesso scene domestiche, e le scene dipinte sulle pareti di case romane (soprattutto a Pompei) raffigurino persone sedute o sdraiate, di veri e propri interni non si possono ricavare documentazioni precise dalle testimonianze figurative del mondo classico. Qualche figura di mobile non basta a creare un interno: ad appartare non è sufficiente una cortina come quella del bassorilievo della Visita di Dioniso a Icaro al museo di Napoli: la casa è indicata piuttosto dall’esterno, con quella convenzione da “casa delle bambole” che troveremo anche nel Medioevo.

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Il letto coperto di stoffe di vario colore, spesso orientali, e di cuscini, il trono o la sedia, drappeggiata anch’essa, come nella pittura parietale pompeiana (Casa di Marco Lucrezio Frontone) degli Amori di Marte e Venere, con l’immancabile sgabello, e il tavolino generalmente a tre piedi, sembrano i soli mobili ricorrenti.

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Il grammatico Polluce (II sec. dopo Cristo) (libro X, 42) ha una lunga lista di epiteti di coperte da letto: delicate, ben tessute, scintillanti, dai bei colori, fiorite, adorne, purpuree, verdi cupe, scarlatte, viola, orlate id porpora, tramate d’oro, con figure di animali, splendenti di stelle; lino e lana eran le stoffe dei greci, prima del quarto secolo avanti Cristo, quando fu introdotta la seta. Era diffuso il costume di profumare le coperte da letto. I letti avevano piedi rettangolari, o torniti, o teriomorfi. Il tavolino con zampe leonine che si vede nel bassorilievo cominciò ad apparire in Grecia nel quarto secolo a.C. e godé d’immensa popolarità; un rarissimo esemplare di legno fu trovato a Tebe in Egitto nel 1905 /…/ ha zampe di antilope che superiormente terminano in teste di cigni emergenti da foglie di acanto: quelle teste di cigno che molti secoli dopo ritroveremo nel mobilio della prima parte dell’Ottocento. Livio (XXXIX, vi) c’informa che ” il lusso straniero fu dapprima introdotto a Roma dall’esercito reduce dall’Asia, letti con ornamenti di bronzo, preziosi copriletti, cortine e altri tessuti, e mobili che allora parvero inusitati, tavoli a un piede e serventi”./…/ Alla gaiezza delle stoffe si accompagnava quella dei pavimenti a mosaico, a cui i Romani dedicarono particolare cura, e delle pareti dipinte a colori vivaci./…/

(Mario Praz, La filosofia dell’arredamento, Editori Associati, 1993, Milano, pagg. 72-73)

Fiori, paesaggio e poesia. “The Daffodils” di W. Wordsworth

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Nell’Aprile del 1802 il poeta W. Wordsworth (1770-1850), che considerò la natura come sua prima fonte di ispirazione, si trovò a camminare, con la sorella Dorothy dalle parti di Gowbarrow Park, nella zona dei Lake Districk in Inghilterra. Era il periodo della fioritura di una distesa di narcisi dorati che morbidamente ondeggiavano al vento come danzando.  Dalla vista di quel paesaggio nacque una fra le poesie più belle di Wordsworth….

I wandered lonely as a cloud           

That floats on high o’er vales and hills,          

When all at once I saw a crowd,          

A host, of golden daffodils;           

Beside the lake, beneath the trees,          

 Fluttering and dancing in the breeze.     Continua a leggere Fiori, paesaggio e poesia. “The Daffodils” di W. Wordsworth